LIBIA: LA DIFFICILE COLONIA ITALIANA

Come questi due paesi si sono influenzati reciprocamente

 

La travagliata storia della conquista italiana della Libia può essere divisa

in due fasi: la prima dal 1911 quando il governo Giolitti IV proclamò la sovranità sulla Tripolitania e sulla Cirenaica; la seconda con il governo di Mussolini nel 1922 che terminò l’occupazione della latinizzata Libia e nel 1924 quella della Tripolitania. Nel 1934 Mussolini istituì il governo generale della Libia che comprendeva Tripoli, Misurata, Bengasi e Derna. 

Durante la guerra tra il ’42 e il ’43 il Fezzan fu occupato dai Francesi mentre Tripolitania e Cirenaica passarono sotto l’amministrazione militare inglese.  

Nel 1947 con il trattato di pace l’Italia rinuncia ufficialmente alle pretese sul territorio libico, che rimane sotto il dominio anglo-francese fino al 24 dicembre 1951 quando divenne una monarchia costituzionale sotto la guida del Re Idris I.

 Il governo del neonato regno di Idris I esaurì la sua esperienza nel 1969 con la rivoluzionedi Gheddafi. Le cause della rivoluzione possono risalire a lotte intestine allo stato, fra i governi provinciali e il governo nazionale, alla mancanza di un erede al trono e al malcontento dovuto al concentramento dei proventi del petrolio nelle mani di Re Idris.  

Il colpo di stato in Libia del 1969 avvenne il 1º settembre, quando un gruppo di giovani ufficiali dell’esercito, guidati dal colonnello Muammar al-Gheddafi, depose il re Idris I e proclamò la Libia una repubblica. Questo evento fu in parte provocato anche dal fallimento del re nel condannare Israele durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967. Il nuovo regime, fortemente panarabo, interruppe i legami stretti della monarchia con la Gran Bretagna e gli Stati Uniti e adottò una politica assertiva che portò a un aumento dei prezzi del petrolio e alla partecipazione libica nelle attività delle compagnie petrolifere, fino alla nazionalizzazione di esse in alcuni casi. 

Dopo il colpo di stato, la costituzione fu sospesa e il Consiglio del Comando Rivoluzionario (RCC) di 12 membri prese il controllo. Nel 1977, il RCC fu sostituito dal Congresso Generale del Popolo, con Gheddafi come segretario generale, anche se rimase il leader de facto fino alla sua destituzione nel 2011. 

Quando la monarchia venne rovesciata il paese fu ribattezzato “Repubblica Araba di Libia”, tra le prime iniziative del neonato governo vi fu l’adozione di misure progressivamente più restrittive verso la popolazione italiana rimasta nell’ex colonia, culminate dal decreto di confisca del 1970, che stabilì l’esproprio da parte dello Stato di tutti i loro beni, e dal decreto di espulsione dello stesso anno. Da quell’anno il 7 ottobre, giorno dell’emanazione del decreto di espulsione, diventò festa nazionale in Libia, con il nome di “Giorno della Vendetta”, in ricordo del sequestro di tutti i beni e l’espulsione di 20.000 coloni italiani. La giornata rimase in vigore fino al 2008 quando a Bengasi il governo italiano, guidato da Silvio Berlusconi, firmò il “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” con il governo libico.  

Tale trattato stabilì il pagamento di 5 miliardi di dollari al governo libico come compensazione dell’occupazione militare, e in cambio il governo libico si impegnò nel contrasto all’immigrazione clandestina verso la penisola italiana e promosse gli investimenti in aziende italiane.  

La vicinanza di Berlusconi al regime di Gheddafi fu molto criticata dall’opinione pubblica italiana, che vedeva nell’amicizia tra i due il sostegno ad un regime autoritario noto per la violazione dei diritti umani. Queste critiche attingevano le proprie informazioni anche da alcuni papers pubblicati da Julian Assange su Wikileaks, dove il governo statunitense ipotizzava il coinvolgimento del leader libico e del suo governo nel traffico di esseri umani.  

Proprio la questione migranti preoccupava la popolazione italiana ed europea, anche perché la Libia non ratificò la convenzione O.N.U. sui diritti dei rifugiati del 1951.  

Il rapporto tra i due leader comunque continuò nonostante le critiche Berlusconi incontro Gheddafi diverse volte.  

Tre anni dopo il trattato con l’Italia in Libia scoppiò un nuovo conflitto tra il regime di Mu’ammar Gheddafi e delle forze ribelli, causato da una grave crisi politica e militare. La ribellione nacque da numerose proteste popolari e pacifiche che furono represse brutalmente, dando origine alla formazione di una moltitudine di gruppi armati ribelli con l’obiettivo di rovesciare il dittatore e instaurare una repubblica democratica. 

A fronte della situazione e delle gravi violazioni dei diritti umani da parte delle forze governative, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite autorizzò un intervento militare internazionale, guidato principalmente dalla NATO, che impose una no-fly zone e colpì le truppe libiche per fermarne l’avanzata. 

Nel mentre le forze ribelli si organizzarono in un governo ad interim, che si poneva come guida verso una futura transizione democratica. Dopo mesi di combattimenti si giunse alla battaglia decisiva nei pressi della città di Sirte, ultima roccaforte fedele a Gheddafi. 

Il 20 ottobre 2011, Muʿammar Gheddafi fu catturato e ucciso da combattenti ribelli. Secondo diverse ricostruzioni, fu ferito durante l’attacco aereo e successivamente linciato dai combattenti sul posto, che lo picchiarono, torturarono e infine lo uccisero. Le immagini del suo corpo insanguinato e del suo volto tumefatto fecero il giro del mondo. ahmoud Jibril, primo ministro del CNT, che dichiarò: “È tempo di dare vita a una nuova Libia unita, un popolo e un futuro.” Il corpo dell’ex leader fu portato nella città di Misurata e successivamente sepolto in un luogo segreto, per evitare che la sua tomba diventasse un punto di culto o contesa. 

 Questa nuova instabilità della Libia ebbe numerose ripercussioni sull’Italia sul piano economico, energetico e migratorio: infatti la guerra e il crollo del regime provocarono instabilità nei contratti e nei flussi energetici; fecero crollare il sistema di controllo delle frontiere, che frenava i flussi migratori illegali; fecero perdere temporaneamente l’influenza italiana sullo scenario libico, a favore di Francia, Qatar e Turchia, che si erano mossi più aggressivamente durante il conflitto. 

Dunque, il governo italiano, guidato da Silvio Berlusconi, si trovò inizialmente in una posizione ambigua. L’Italia aveva firmato nel 2008 un Trattato di amicizia e cooperazione con Gheddafi, basato su accordi economici e sul contenimento dell’immigrazione. Berlusconi e Gheddafi avevano stabilito rapporti personali molto stretti. 

 Quando però la comunità internazionale, sotto l’egida della NATO, iniziò l’intervento armato, l’Italia si vide costretta ad aderire, nonostante le reticenze iniziali. Berlusconi autorizzò l’uso delle basi italiane e la partecipazione ai bombardamenti, ma lo fece con riluttanza e senza entusiasmo. 

Celebre fu la sua frase pronunciata dopo la morte di Gheddafi: 

«Così è finita una guerra che non volevamo». 

Questo evidenziava il disagio dell’Italia nel dover rovesciare un alleato scomodo ma utile, e la consapevolezza delle incognite che il futuro post-Gheddafi avrebbe portato. 

Nonostante tutte le controversie, a quattordici anni dalla morte di Gheddafi l’Italia continua a considerare la Libia un partner strategico, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei flussi migratori e l’approvvigionamento energetico. Nel gennaio 2025 il Parlamento italiano ha ratificato la Convenzione per evitare la doppia imposizione fiscale con la Libia, accordo originariamente firmato nel 2009. Inoltre, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato la ripresa dei voli di ITA Airways tra Italia e Libia a partire da gennaio 2025, segnando un passo significativo nel rafforzamento delle relazioni bilaterali. 

Nel febbraio 2025 la presidenza del consiglio ha annunciato la costituzione di un nuovo comitato, formato da 20 membri, incaricato di avanzare proposte per superare le questioni controverse tra le parti, al fine di garantirne lo svolgimento. Tuttavia, è ancora consistente il disagio per la situazione inerente ai diritti umani, con lo stop alle attività di dieci organizzazioni non governative internazionali, tra cui Cesvi, colpevoli di esercitare attività ostili. 

Julia Wajda, Filippo Martellacci, Anna Adinolfi, Marianna Faini, Francesco Mariano.